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L'impronta del tempo

Autore: Petr Halmay
Prezzo: 8 euro
Dati: 112pgg, brossura

Petr Halmay (Praga, 1958) viene conosciuto dal pubblico solo nel 1991, con la prima sua pubblicazione in patria. Come per altri autori di talento vigeva il divieto di pubblicare, s’imponeva il silenzio, dato che non sono solo i muri concreti ad impedire di “vedere e sentire” chi crea e vive dall’altra parte… Creare è una parola che in Halmay viene ad assumere significati più concreti e fisici. Grazie alla passione e alla competenza di Antonio Parente abbiamo ora la possibilità di leggere e apprezzare questo poeta.
Nota Pavel Hruška che talvolta “… i bilanci e i ricordi del soggetto lirico siano situati quasi ‘ai margini del mondo’ (nel deposito scenografico del teatro, sulla spiaggia di un lago, in periferia, ecc.) e la loro cornice diventino anche i momenti del crepuscolo o altri cambiamenti luminosi. Anche la città, un tema ricorrente nell’autore, “viene trattato con nebbiosa ambiguità o quasi con indefinitezza astratta…” Anche l’ambito della terminologia teatrale viene richiamato in Halmay perché scrive sempre Hruška “ molte sue poesie possono essere considerate anche come una sorta di atti drammatici, dove le oggettività raffigurate acquistano una loro autosufficienza: affascinantemente illuminati e “fissati”, si manifestano in una sorta di vuoto scenico, impietosi e necessari nella loro presenza improvvisa e suggestiva.
Infine, in controtendenza pare con certa autocelebrazione acritica che serpeggia in ambiti poetici, conclude Pavel Hruška: “Ad un attento lettore i testi di Halmay fanno di certo venire in mente ciò che sottolineavamo all’inizio, cioè l’insoddisfazione dell’autore per (o anche davanti al) la propria opera, poiché le considerazioni sulle possibilità e le limitazioni del gesto letterario/creativo fanno parte dei temi centrali che caratterizzano fino a questo momento la produzione del poeta. Se egli guarda al processo di creazione poetica, tra l’altro, come ad una sorta di autoanestetico, qualcosa di ridicola illusorietà (“Scriver versi… / Che decadenza! / Amare l’impronta del tempo / nel proprio cervello…”), non possiamo però considerarla come una facile scusa o uno sforzo metatestuale di “coprirsi le spalle” davanti a potenziali critici o interpreti. L’ethos di questa poesia è determinato anche dalla tensione tra l’essere conscio della relativa inutilità e stoltezza della creazione poetica e la coscienza di una certa impossibilità a non compiere proprio un tale gesto sciocco.


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Gli amori gialli - tomo I

Tristan Corbière (1845-1875)
Come Verlaine ebbe a dire nella prima serie dei suoi ritratti ‘assoluti’ apparsi nel 1883: “Tristan Corbière fu Bretone, uomo di mare, e lo sdegnoso per eccellenza, aes triplex. Bretone, cattolico che prova poco la sua fede, ma credente ossessionato; marinaio senza averne la spocchia e soprattutto la sete insaziabile, ma votato furiosamente al mare che solcava solo quand’era in tempesta, incredibilmente focoso sulla più focosa delle cavalle. (Di lui si raccontano prodigi d’imprudenza folle). Incurante del Successo e della Gloria al punto da avere l’aria di sfidare quei due imbecilli, senza mostrargli un briciolo di pietà! Passiamo sopra l’uomo, che fu grandissimo, e parliamo del Poeta. Come rimatore e come prosodista non ha nulla d’impeccabile, cioè a dire di disgustoso. […] Gli impeccabili, quelli sono… un po’ di tutto. Legno, legno e nient’altro che legno. Corbière era fatto di carne ed ossa, semplicemente”.
È autore di un unico libro, Les Amours jaunes, pubblicato a spese del padre dai fratelli Glady nel 1873, passato quasi del tutto inosservato. Morì a Parigi, appena trentenne, d’artrosi e tisi.
Riproponiamo quest’opera ironica e graffiante, ora il tomo primo, in edizione numerata di 300 copie con testo originale a fronte. La traduzione è a cura di Luca Salvatore, che l’ha condotta sul testo originale del 1873, rispettandone ortografia e sintassi. Un lavoro meditato e assai curato. 314 pagine.
Luca Salvatore (Potenza, 1978)
Già red’atti al nero: Fumisteria ermeneutica (Novi Ligure, 2006), Dead City Radio (Milano, 2008).
www.deadcityradio.it.


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This is not my hour

A volte penso che tutto sia perduto, che questa fatica sia solo uno spreco di tempo. I ricchi e famosi la fanno franca col crimine; -- io ho speso tutto il mio per la poesia, a un costo che la gente considera folle. Alcuni, ben che vada, si figurano le pretese del Sublime, più raro ancora è chi ravvisi in una rima l’Estasi diagnosticata da Longino. Gli ininterrotti talk-show del Parlamento cambiano l’ardua cultura in spettacolo, dettano legge pubblicità e profitto, tutto è speso in distrazioni e lotterie, -- « Son sano! », sbotto, « e tutto il mondo è pazzo! », -- Eli era cieco, e Samuele udì il richiamo.

Nell’estate del 2000 Peter Russell mi inviò, ‘con preghiera di traduzione’, una raccolta dattiloscritta di poesie dell’anno precedente. La ‘preghiera’ in realtà sottintendeva l’urgenza di una traduzione rapida perché Peter intendeva pubblicare quanto prima la raccolta. Ma io non riuscivo assolutamente a conciliare la rapidità richiesta con la cura necessaria al lavoro, né purtroppo avevo tempo illimitato da dedicare all’impresa. Dopo la morte di Peter, la responsabilità per il dono e la sfida che avevo lasciati in sospeso mi ha spinto a proporre alla rivista Il Foglio Clandestino una scelta dei ‘Sonetti’, presentata come sintetico studio interpretativo. In seguito l’editore mi ha proposto di raccogliere in volume il materiale. Questo libro non è perciò propriamente la traduzione dei ‘Sonetti’ del Pratomagno ma uno studio a più mani su di essi. Raffaello Bisso


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